Misteri svelati e il sogno della Galbusera V8, la moto scomparsa

Potrebbe sembrare una storia fantastica questa che ci accingiamo a raccontare, come tante altre, le più rimaste quasi sconosciute, che si sono susseguite nella prima metà del secolo XX°. Vicende che non hanno potuto configurarsi se non attraverso racconti o supposizioni tramandati oralmente, quando la visibilità e la comunicazione di cui godiamo oggi era impensabile e quando l’attenzione verso il valore umano e le qualità professionali di coloro che in qualche modo erano al margine dei ceti più accreditati, o potevano essere considerarti malignamente dei “perdenti”, era pressoché nulla.
Alcuni personaggi addirittura andavano più o meno volutamente dimenticati per una mancata omologazione nella società dominante del momento, quando la loro menzione sarebbe stata “sconveniente” o “inopportuna”. Che fossero portatori di genialità o di illuminante lungimiranza non aveva importanza.
Certo di Plinio Galbusera e del fantomatico Adolf Marama Toyo alcune tracce concrete esistono, eccome, nei libri, nelle cronache e nelle retrospettive di settore che riguardano il tema del motorismo e di quell’affascinante oggetto che è stata la motocicletta, già mitizzata insieme al suo eroico conduttore nelle favorevoli atmosfere del futurismo. Tracce che però appaiono episodiche e velate dal mistero, ritratti incompleti di uomini che, già per questo, sembrano speciali e straordinari.
La nostra ricerca -durata più di cinque anni – ha aggiunto qualche certezza a quella storia arrivata a noi avvolta da una specie di leggenda, contrassegnata da dubbi e supposizioni. Anche se poi alcune scoperte ci conducono a nuovi interrogativi insoluti che non fanno che aumentare la nostra curiosità e la nostra suggestione.
Esiste però, e da poco tempo, una sicurezza assoluta almeno su uno degli aspetti principali della nostra storia. Essa è dovuta ad un uomo di oggi, che possiamo definire speciale come lo sono stati il lombardo Galbusera e quel fiumano conosciuto con lo pseudonimo di Marama Toyo. Si tratta dell’artigiano friulano Mirco Snaidero che, come vedremo, ha fatto rinascere – per puro interesse della storia della meccanica – quella creazione, opera dei due mitici e non creduti sognatori, che nel 1938 fu ritenuta un azzardo inutile, se pur fascinoso risultato di una grande passione. Tale creazione, abortita per l’insorgere dei venti della seconda guerra mondiale e fors’anche per l’insostenibilità economica di un prodotto ritenuto invendibile e costoso, ha ripreso per merito di Snaidero – che l’ha ricostruito perfettamente – la sua vita interrotta per più di ottant’anni. Con la dimostrazione che quel motore a due tempi da 500cc con 8 cilindri a V, un compressore volumetrico e l’alimentazione a benzina pura, funziona straordinariamente senza la minima vibrazione.
Un motore (e una moto) sperimentale mai ritrovato, due personaggi dai contorni sbiaditi dal tempo e offuscati dal mistero, cui si aggiunge al giorno d’oggi un altro protagonista estroso e ricco di ingegno, che col suo lavoro eguaglia la loro tempra leggendaria, sono i protagonisti del nostro racconto.
Il libro sarà a disposizione in Piazzale Seghizzi durante l’evento